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Il 13 Ottobre è entrato in vigore il codice antimafia (dlg. 159/11) che introduce importanti novità nel panorama della legislazione antimafia su aspetti di forte interesse come la gestione delle aziende confiscate alla criminalità organizzata. Il codice, inoltre, fa una ricognizione della normativa vigente in merito alle misure di prevenzione personale e patrimoniale, su tutta la documentazione antimafia, sulle funzioni della Direzione Nazionale Antimafia e dell'Agenzia Nazionale per la gestione e la destinazione dei beni confiscati e sequestrati. Un provvedimento, come spesso è accaduto con questo Governo, che rischia di essere l'ennesimo spot in materia di lotta alle mafie. Il decreto legislativo, come già denunciato dalla CGIL ad Agosto, rischia di rendere ancora più frammentata e confusa la normativa mettendo ancor più in difficoltà gli operatori del settore che invocavano da tempo un testo capace di armonizzare gli interventi legislativi che si sono susseguiti nei decenni. In sostanza il Governo, in qualità di legislatore delegato come previsto dalla legge 136/10, non è riuscito (o non ha voluto) introdurre delle misure più incisive per contrastare le organizzazioni criminali sempre più presenti nel tessuto economico, sociale e civile del nostro paese. Sempre ad Agosto la CGIL, insieme a tante altre realtà della società civile e operatori del settore, aveva chiesto al Governo di prorogare i termini della delega per colmare le tante lacune evidenziate in modo unanime perfino dalla Commissione Giustizia della Camera, che all'unanimità aveva espresso grandissime preoccupazioni per la disorganicità del testo proposto. Nonostante ciò il Governo, non curante della necessità di un ampio confronto su un tema così delicato, ha approvato il decreto legislativo senza recepire le proposte di modifica. L'approvazione del decreto legislativo rischia di costituire un passo indietro nella lotta alla mafie in particolare su un tema delicato come la destinazione sociale dei beni confiscati. Il governo, sulla base della nuova normativa, preferisce privilegiare il meccanismo della vendita (in particolare nel caso delle aziende) sconfessando i principi della legge 109/96 (riutilizzo sociale dei beni confiscati) che in questi anni era diventata uno dei principali deterrenti nei confronti delle organizzazioni criminali. Ma le assenze nel decreto legislativo riguardano anche temi delicati come il rapporto tra mafia e politica, i reati ambientali e le ecomafie, l'autoriciclaggio, la tracciabilità dei flussi finanziari, il reato di corruzione ai fini associativi e tanto altro (vedi scheda in allegato). Ci sembra particolarmente grave la scelta del legislatore delegato di non prevedere un pieno coinvolgimento delle organizzazioni sindacali, tramite l'istituzione di un tavolo ad hoc, nel caso dell'amministrazione delle aziende sequestrate/confiscate o anche nel caso di una possibile vendita o liquidazione dell'attività produttiva. Anche per questo la CGIL ha sentito l'urgenza di rilanciare il proprio impegno sul tema della legalità economia tramite il lancio di una campagna che sta coinvolgendo le confederazioni e le categorie a tutti i livelli per arrivare in tempi brevi ad una vera e propria contrattazione della legalità nel mondo del lavoro e nei territori, perchè la legalità è l'unica risposta per il lavoro e per il futuro.

In allegato trovate la scheda di approfondimento sul codice antimafia redatto dall'Ufficio nazionale Legalità e Sicurezza.

Roma 18/10/2011 Per l'Ufficio Legalità e Sicurezza

Luciano Silvestri

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