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L'Onu e la Francia vogliono truppe italiane in Mali nell'ambito della missione di caschi blu che viene messa a punto in questi giorni al Palazzo di Vetro. Fonti ben informate hanno rivelato al Sole 24 Ore che una richiesta informale di disponibilità ad assegnare truppe italiane al dispositivo militare che dovrà stabilizzare il nord del Malì è stata presentata dal Dipartimento del Peacekeeping (Dpko) delle Nazioni Unite.

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Il Palazzo di Vetro punta ad accelerare i tempi per dare vita a una missione la cui urgenza è determinata soprattutto dal prossimo ritiro dei 4mila soldati francesi che con un'offensiva lampo hanno cacciato in poche settimane le milizie jihadiste da Gao, Timbuctu, Kidal e altri centri del nord del Mali. Il presidente francese Francois Hollande ha confermato ieri che in marzo prenderà il via il ritiro delle truppe mentre Il ministro degli Esteri, Laurent Fabius, ha auspicato l'avvio di una missione dell'Onu già ad aprile. «Molti dei nostri specialisti e dei nostri collaboratori lavorano in questa prospettiva», ha detto Fabius ma nelle stesse ore l'ambasciatore francese all'Onu Gerard Araud ha dichiarato esplicitamente che la Francia ha chiesto al Consiglio di Sicurezza dell'Onu il dispiegamento di una missione di pace in Mali.

I quindici membri, come ha riferito Araud, ritengono che siano necessarie "diverse settimane" per valutare l'opportunità dell'invio una forza di pace.

Una tempistica che potrebbe aiutare l'adesione eventuale dell'Italia, politicamente non valutabile fino all'insediamento di governo e Parlamento mentre l'Esercito sembra essersi preparato per tempo all'ipotesi di una nuova missione in Africa come dimostra la decisione di togliere la brigata paracadutisti Folgore dai turni in Afghanistan per mantenerla in "riserva strategica" pronta all'impiego in Mali.

I paracadutisti avrebbero dovuto raggiungere Herat il prossimo settembre per dare il cambio agli alpini della Julia, ma al loro posto verrà schierata la brigata Aosta e la Folgore potrebbe tornare in Afghanistan solo per chiudere la missione, nel settembre 2014. Negli ambienti militari c'è chi sottolinea con amarezza la pessima figura rimediata recentemente con la Francia dopo che il Consiglio dei ministri ha bloccato l'invio di due aerei cargo C-130 e di un'aerocisterna KC-767 per un periodo di due/tre mesi per l'appoggio logistico alle operazioni francesi in Malì. Un supporto in linea con quanto messo in campo dagli altri partner europei e circa il quale si erano espressi favorevolmente il 22 gennaio in Parlamento i ministri di Esteri e Difesa, Giulio Terzi e Giampaolo Di Paola.

Il dietrofront, che ha lasciato l'amaro in bocca negli ambienti militari e diplomatici, è stato giustificato il 28 gennaio dal premier Mario Monti con la contrarietà dei segretari dei tre partiti della maggioranza.

Difficile quindi ipotizzare che in piena campagna elettorale qualche forza politica si sbilanci a favore dell'invio di truppe in Mali, pur se nell'ambito di una missione dell'Onu resa ora impellente dalle necessità belliche ma che da tempo era considerata probabile dai vertici politici e militari. Lo dimostra non solo l'approntamento della brigata Folgore ma anche il documento approvato il 28 novembre scorso dal Consiglio supremo di Difesa nel quale si sottolineava l'esigenza che le forze armate «restino comunque pronte a fornire nuovi contributi a interventi militari della Comunità Internazionale, qualora se ne evidenziasse la necessità».

D'altra parte Roma potrebbe non considerare il Mali di rilevante interesse nazionale specie ora che l'Eni ha da pochi giorni abbandonato le concessioni che aveva dal 2006 nel Paese africano per le ricerche di petrolio e gas. Il 15 gennaio il presidente dell'Eni, Giuseppe Recchi, ha annunciato che l'azienda ha restituito le licenze di esplorazione in Mali a causa del basso potenziale di produzione e non per le tensioni che stanno scuotendo il Paese africano. L'Italia ha già dato il via libera all'invio a Bamako di 20 istruttori militari alla missione europea di addestramento (Eutm Malì) composta da 200 istruttori e altri 250 militari per la protezione e la logistica i cui tempi di dispiegamento potrebbero richiedere almeno un altro mese.

Secondo indiscrezioni tra i militari italiani vi sarà anche un team FAC (Foward air control), specialità già rivelatasi indispensabile in Afghanistan perché consente alle truppe a terra sotto attacco di indicare con precisione agli aerei gli obiettivi da colpire. L'addestramento a queste tecniche dei militari maliani, che non dispongono di forze aeree, lascia intendere che i francesi manterranno in Mali un certo numero di cacciabombardieri ed elicotteri anche dopo il ritiro del grosso del loro contingente terrestre. Parigi ha speso finora per le operazioni in Mali 70 milioni di euro, 50 dei quali in costi logistici per il trasporto di truppe e mezzi.

Dalle poche indiscrezioni emerse l'operazione di peacekeeping in preparazione dovrebbe inglobare i circa 6.500 militari africani schierati in Malì dalla comunità degli Stati dell'Africa Occidentale (Afisma) e i 2mila soldati inviati dal Ciad, dislocati attualmente a Kidal sotto il comando francese dell'operazione Servàl. L'obiettivo prioritario è il contrasto alle milizie jihadiste che hanno già iniziato le azioni di guerriglia con gli attacchi di ieri ai francesi a Gao e la semina di mine e ordigni improvvisati lungo le strade. Il ministro della Difesa francese, Jean-Yves le Drian, ha ammesso che nella zona proseguono i combattimenti e che i jihadisti non sono disposti ad arrendersi.

di Gianandrea Gaiani - Il Sole 24 Ore

 
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