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Il ripudio della violenza è e deve essere assoluto. Se e fino a quando si vive in uno stato di diritto. Se e fino a quando lo stato è credibilmente tale. Deve essere assoluto quel ripudio per molte ragioni. Attengono alla integrità fisica di ogni essere umano, alla di lui dignità, a tutti i diritti inviolabili che gli assicurano garanzie giuridiche. Attengono ai limiti, agli ambiti, ai modi di esercizio del potere, sia statale, sia economico, sia sociale, sia culturale. È da secoli, specie i due ultimi, che il costituzionalismo lotta contro il potere, qualunque sia la sua forma imponendo a chi lo detiene di usarlo solo se legittimato, solo nelle sue forme legali. È una conquista di civiltà quella di aver imposto al potere di legittimarsi. È una conquista di civiltà soprattutto quella di aver rovesciato l'appartenenza, la fonte, la derivazione del potere legittimo dal vertice dello stato alla sua base. Sappiamo benissimo che si tratta di una conquista insidiata, mistificata, contestata, truffata. Ma è in suo nome, solo in suo nome, solo se la si usa, se la si rende effettiva, se quindi la si pratica, che gli oppressi, i diseredati, gli sfruttati, gli emarginati, i precari potranno soddisfare i loro bisogni di vita, di lavoro, di dignità, di futuro. La violenza è stata storicamente l'arma del potere, lo è ancora, lo è sempre. Gli oppressi e gli sfruttati la hanno usata, sì, per difendersi, per reagire alla violenza del privilegio e a quella del capitale. Altra è stata infatti, ed è, la loro arma propria. Si chiama ragione. È quella che, essa sola, può legittimare l'uso della violenza. Lo può legittimare, previa riduzione della sua essenza e del suo esercizio a strumento della ragione, la ragione giuridica, quella costituzionalmente incorporata e dettata. Altra no, da chiunque concepita, progettata, apprestata. Sarebbe, ed è, violenza pura, reato.
Grava già come minaccia, tale violenza, su quanti hanno, dalla loro parte, solo la ragione della cultura e della scienza e, con essa, il bisogno di lavoro, di libertà, di serenità, di garanzie, di tutela, di prospettive da soddisfare e chiedono misure legislative corrispondenti ed adeguate. È violenza infatti la risposta che il ministro Maroni darebbe loro omologando le manifestazioni politiche, come cortei e riunioni in luogo pubblico, agli spettacoli sportivi, ove persone ritenute pericolose dall'autorità amministrativa non possono accedere (e siamo al limite insuperabile dell'incisione su di un diritto costituzionale). Sarebbe violenza alla, violazione della, Costituzione che all'articolo 17 riconosce il diritto di riunione a tutti i cittadini (e, se ne prevede il divieto, lo consente solo per comprovati motivi di sicurezza e di incolumità personale). Sarebbe violenza alla Costituzione che all'art. 21 garantisce il diritto di manifestazione del pensiero, quello quindi di critica politica, di opposizione ad un indirizzo regressivo e oscurantista, ad una concezione servente, ignobile, contraddittoria, farsesca dell'Università e del lavoro intellettuale. Violenza massima alla Costituzione, alla civiltà giuridica e politica sarebbe nientemeno che l'arresto preventivo per studenti, manifestanti, (gli astanti no?) in vista di cortei e manifestazioni politiche. Come è possibile ignorare a tal punto quel che è scritto all'articolo 13 della Costituzione? Non è un insulto al Senato e all'elettorato italiano da parte del presidente di un suo gruppo parlamentare ignorarne il significato e farne strame? Non era prevenzione del dissenso l'arresto previsto e consentito, per i sospettati di antifascismo, dal testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del 1931? Come definire tale disposizione? Come misura ispirata al liberalismo, alla democrazia, alla civiltà politica ?
Ma fa trasecolare quel che si avverte sentendo o leggendo dichiarazioni, messaggi, proclami del tipo indicato. Traspare l'intento di provocare, di fomentare, suscitare irritazione, mortificazione, reazioni incontrollabili, disperazione. Per poi reprimerle?
Fino a questo punto di degrado, politico e morale, è giunta la maggioranza di governo del nostro Paese?
di Gianni Ferrara da Costituzionalismo.it

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