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"Non si può che rimanere sconcertati leggendo le dichiarazioni dell'on Gasparri e del Ministro Brunetta che, all'indomani del varo della norma sulla "specificità" contenuta nel disegno di legge sul Lavoro approvato in via definitiva dal Senato, hanno parlato di svolta epocale ed "obiettivo storico" per gli appartenenti alle Forze Armate e Forze di Polizia.

Secondo gli esponenti di governo  la nuova disposizione " sottolinea la 'insostituibilità', unicità, rilevanza svolta dal comparto sicurezza' ed andrà a regolamentare vari aspetti tra i quali quello previdenziale, funzionale ed economico compatibilmente con le risorse disponibili".

Peccato che per ora ci si trovi soltanto davanti ad una norma "manifesto" priva di "sostanza" economica.

Il Governo riconosce una specificita' solo virtuale alle forze armate e alle forze di polizia, parlando tra l'altro di un ipotetico aumento di 100 euro, mentre le risorse per la specificita', come dimostrato dai sindacati di Polizia, sono esattamente la meta' (100 milioni) di quelle previste dal precedente governo (200 milioni) e che l'aumento medio lordo pro-capite sbandierato, e' di circa 100 euro lordi mensili, a fronte dei 160 del precedente contratto.

Una scatola vuota - quindi - che rischia però di aprire il varco a tentazioni striscianti volte ad un ridimensionamento dei diritti del personale.

Stante la profonda crisi economica, infatti,  è molto difficile che potranno essere messe a disposizione della "specificità" risorse tali da soddisfare le problematiche del Comparto.

Molto più probabile invece, che la norma possa essere utilizzata per comprimere diritti e far fare passi indietro alla categoria.

Significative in  proposito, sono le recenti dichiarazioni del direttore della Direzione Generale del personale Militare, gen. Roggio, il quale,  nel corso di una audizione in Senato ha testualmente affermato che..."è necessario qualche intervento legislativo volto a contenere o a non estendere procedure di tutela valevoli nel pubblico impiego per tutti i cittadini, anche al comparto militare. ...«Sempre in un'ottica di snellimento organizzativo dell'area amministrativa, di semplificazione procedimentale e di standardizzazione interforze è stata poi segnalata, l'opportunità di attuare mirati interventi di riordino del quadro legislativo affinché, coerentemente con la specificità della funzione, dell'ordinamento e della condizione militare, siano adottate speciali disposizioni in materia di provvedimenti amministrativi, di ridotte possibilità di esercizio del contenzioso e di diritto di accesso ai documenti, anche in deroga alle previsioni legislative generali valevoli per i cittadini e per la Pubblica amministrazione. Ciò al fine di rendere il più possibile tempestiva l'azione disciplinare, ed esaltarne gli effetti deterrenti».

Una compressione del diritto di accesso agli atti amministrativi e la "riduzione" delle possibilità di adire i giudici amministrativi per la tutela dei propri interessi, viene quindi  considerata "coerente" conseguenza della specificità...

Il  riconoscimento giuridico della specificità del Comparto, può giustificare, quindi, eventuali limitazioni dei diritti acquisiti?

Il  Ministro Brunetta afferma con enfasi che la norma sulla specificità è un fatto   di straordinaria rilevanza e moralmente dovuto per dei servitori dello Stato che rischiano tutti i giorni e svolgono compiti estremamente delicati e sensibili ...

Un altro slogan, un altro annuncio mediatico perché - sul terreno concreto dell'azione governativa -  le problematiche del Comparto non sembrano essere   una priorità.

Quale concreta attenzione è stata riservata alla  condizione militare? Dove sono le iniziative volte a risolvere il problema del precariato, del riordino delle carriere, del contratto di lavoro, della previdenza complementare, della casa, senza contare la paventata ristrutturazione del modello di difesa  e dei suoi  effetti sugli assetti e sulle condizioni di vita e di lavoro del personale,  la  progressiva erosione dei bilanci, la sicurezza nei posti di lavoro, il  mobbing, il demansionamento...

Ci troviamo quindi ancora una volta davanti alla politica degli annunci ed a  soluzioni prêt a porter da spendere subito nel "mercato elettorale"...Mentre la categoria esige ben altro rispetto.

Antonella Manotti

Dir. Nuovo Giornale dei Militari

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E difficile non essere scettici sul futuro della riforma della rappresentanza militare  quando si assiste al perdurare di atteggiamenti di chiusura  e di limitazione dei diritti in  cui incorrono ancor oggi i delegati della RM.

Ne è prova l'ennesimo divieto - imposto al Cocer AM - al quale, il capo di SMD, non ha autorizzato la partecipazione al congresso nazionale della CGIL, a cui i delegati erano stati ufficialmente invitati.

Le motivazioni?

Le solite: ovvero che la legge 382/78, vieta la partecipazione dei delegati a manifestazioni politiche o sindacali, se non  a titolo personale. Un copione noto, a cui ci hanno abituato anni e anni di esperienza degli organismi di rappresentanza militare.

Quell'essere identificati come organismi interni all'ordinamento militare, gerarchicamente collocati in un sistema  in cui, ruolo ed autonomia, sono continuamente sottoposti a vincoli e limitazioni, ha impedito ed impedisce tuttora di "aprire" a quei cambiamenti e a quelle riforme che potrebbero consentire, anche agli appartenenti alle Forze armate, di poter contare su uno strumento di TUTELA efficace.

Ma ciò che più disarma, è assistere allo stanco dibattito parlamentare in cui le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, non riescono ad esprimere una spinta innovativa, tale da avviare seriamente un confronto parlamentare ampio ed approfondito sul tema. Salvo trovarsi di fronte a richieste di proroga del mandato, a cui facilmente si dà risposta affermativa.

I temi della condizione militare, sono oggetto di indagini parlamentari che si ripropongono in ogni legislatura, mentre i dossier di Fondazioni bipartisan, come la Fondazione Icsa, in cui vediamo rappresentati esponenti politici di destra e di sinistra, nonché esperti  qualificati tra ufficiali, prefetti, ambasciatori e professori....disegnano uno scenario in cui le FF.AA., da tempo non ricevono più direttive dal governo e non sanno se al Parlamento e al popolo importi il loro destino.

"Le risorse  diminuiscono e gli impegni aumentano, sostengono alla Fondazione - mentre i generali rimasti senza interlocutori decidono da soli come organizzarsi. La mancanza di indirizzi politici, mai formulati dopo l'11 settembre 2001, e il disinteresse del Parlamento, secondo il dossier, hanno fatto nascere una sorta di autogoverno dei vertici militari, che elaborano in autonomia i loro piani...."

Insomma, il dibattito politico sul futuro  delle Forze armate, si sviluppa fuori delle aule parlamentari, nei centri studi o nelle fondazioni dove, evidentemente, i nostri deputati si sentono più gratificati, oppure si affida a nuove progetti organizzativi con "ispirazioni" privatistiche, come Difesa servizi spa, mentre Nulla di Nulla sanno i militari sul loro destino.

In questo "alone" di separatezza, perché consentire ai delegati della rappresentanza militare di partecipare ad un congresso sindacale in cui si parla di crisi economica, di lavoro, di tasse, di pensioni, di riforme e di diritti?

Meglio mantenere le distanze da tutto ciò e lasciare che siano solo le audizioni parlamentari, peraltro "concesse" a discrezione, gli unici momenti di "svago" per i delegati....

Ma  se è scontato l'atteggiamento del vertice militare nei confronti della rappresentanza, che  non si discosta da quello perseguito in tutti questi anni, non lo è quello della politica che dovrebbe invece mostrarsi sensibile ed attenta alle esigenze di rinnovamento della società.(?)

Ma la politica, appare sbiadita, distratta e poco concreta, rivolta più a conservare il proprio potere e quello di pochi amici... piuttosto che alla soluzione dei problemi del Paese e dei cittadini. Compresi i cittadini militari.

Il Cocer aeronautica ha voluto denunciare con un proprio comunicato il proprio dissenso rispetto all'ennesimo episodio del diniego opposto dallo SMD "che conferma - dicono i delegati - la mancanza di un vero e riconosciuto ruolo di parte sociale del Cocer, permanendo quindi sempre di più la necessità di 'difendere il lavoro e liberare i diritti, tanto più quando questi ultimi sono limitati da leggi datate, percepite come illiberali''.

Ed è proprio questo il punto: i Diritti.

Oggi il congresso CGIL, domani quello di un altro sindacato o di un partito...O di una associazione...

L'importante è "non esserci", o meglio, non consentire la partecipazione del Cocer, per non legittimare un ruolo e dare visibilità alla rappresentanza, che si vuole invece subalterna ed il cui funzionamento si misura  in relazione al grado di disponibilità della cosiddetta controparte. Che stabilisce come e quando i militari possono parlare, sempre a "titolo personale" ovviamente....

A. Manotti

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DIRITTI E SPECIFICITA': DOPPIA EMERGENZA PER I MILITARI:

I problemi oggi posti con la manovra finanziaria del governo che mette le mani in tasca ai cittadini, anche militari ...(eccome se le mette!!), ci dicono con estrema chiarezza che la questione della TUTELA, per il personale militare, deve diventare una PRIORITA' per l'intera categoria.

Tutte le analisi sulla opportunità di riformare questa Rappresentanza militare, attraverso modifiche legislative poco coraggiose, per lo più proiettate verso aggiustamenti di basso profilo, vengono sovrastate da un dato incontrovertibile: la grave crisi economica che impone oggi pesanti sacrifici al comparto, fa emergere in modo dirompente l'altra faccia della medaglia,ovvero che ci si trova davanti ad una crisi anche dei diritti.

Non abbiamo mai creduto che bastasse una "Norma manifesto" come quella della Specificità, per garantirsi da quella che oggi taluni hanno definito "la peggiore delle offensive mai stata sferrata nei nostri confronti...."

La specificità, salutata al momento della sua approvazione, da alcuni esponenti di governo...ma non solo, come "una grande conquista per tutti i militari, foriera di futuri vantaggi economici e previdenziali", alla sua prima vera "prova", mostra tutti i suoi limiti e le fragili basi su cui si poggia.

Perché, se era già evidente che fosse priva di "contenuti" economici che la potessero valorizzare (risorse per i contratti, per il riordino, previdenza complementare ecc), oggi diventa una vera e propria presa in giro per il personale, perché non garantisce affatto l'esclusione del comparto dai tagli previsti per il pubblico impiego. Tutto ciò, in una situazione "appesantita" da un inquietante arretramento sul piano dei diritti e delle tutele.

Il personale, infatti, vede restringersi sempre più, in virtù di nuovi regolamenti, codici legislativi, interpretazioni e suggerimenti verbali dei vertici militari al legislatore.....diritti già conquistati.

E così, in un momento in cui vediamo farsi largo una società sempre più polverizzata da un mercato del lavoro impoverito, precarizzato, diviso nei diritti e nelle tutele, in cui valori come la solidarietà, l'uguaglianza e la democrazia, vengono sempre più disgregati, il settore militare vive una doppia emergenza: quella esterna appunto (una società sempre più disattenta, divisa e rassegnata) e quella interna, dove tendono a prevalere "istanze gerarchiche" che producono una netta riduzione dei livelli di democrazia interna, avallate da scelte politiche incapaci di fare leggi che impongano l'applicazione di nome e principi costituzionali in grado di garantire pari dignità e diritti democratici anche ai cittadini con le stellette.

Una pesante ipoteca si abbatte sul personale, a cui oggi si chiede anche di ridurre il proprio reddito senza offrire nulla in cambio, anzi, accentuandone la compressione dei diritti individuali e collettivi.

I sacrifici richiesti giungono a "ridosso" di una serie di scandali che hanno messo in luce una fitta rete di malaffare tra esponenti politici, alti dirigenti dello stato, imprenditori...Una "tassa occulta" - quella della corruzione - che la Corte dei Conti ha stimato in  60 miliardi di euro l'anno.. Quasi tre manovre finanziarie...Mentre oggi se ne fa una da 25 miliardi, quasi interamente sulle spalle dei lavoratori dipendenti.

Legittimi quindi il malcontento, la rabbia, la frustrazione.

La dignità dei lavoratori, con e senza stellette, viene oggi calpestata.

Davanti a noi, lo scenario di una Italia divisa da una crisi economica dove i più poveri pagano le tasse ed i furbi no; dove avranno un futuro certo solo i figli delle caste. Dove il lavoro pubblico rischia di diventare la merce su cui si abbatteranno i "fulmini" del populismo "Brunettiano"...

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I CITTADINI MILITARI sono coloro che hanno giurato sulla Costituzione, quella stessa Costituzione oggetto delle frequenti "battute" del nostro presidente del consiglio il quale sostiene che "governare tenendo conto della Costituzione è un inferno". In altre parole, il rifiuto di regole, di leggi e perfino della Costituzione ed insofferenza ai contrappesi che sono l'essenza di uno stato di diritto e di una democrazia.

I MILITARI, invece, queste regole le rispettano.

Il rispetto della Costituzione, per LORO, è un dovere ed esercitandola, non chiedono di far "passare" leggi, per difendere interessi personali....

Chiedono che i diritti che essa riconosce, si estendano anche al loro lavoro e alla funzione che essi svolgono, nella collettività e per la collettività.

Sono stanchi dei messaggi di solidarietà nelle cerimonie o davanti alle bare dei colleghi deceduti.

L'idea di cittadinanza, comprende diritti e doveri di solidarietà, secondo la legge. Essa non prevede che si parli demagogicamente agli italiani ma democraticamente ai cittadini (italiani).

Quindi Basta demagogia.

Occorre restituire dignità al Lavoro Militare, ricominciando dalla possibilità di ognuno di dire quella parola, futuro, senza che lo sguardo si perda a fissare nel vuoto.

Antonella Manotti

Dir. Resp. "Nuovo Giornale dei Militari"

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Navi,aerei, carri armati e.... poltrone.

FF.AA., POLITICA E DIVIETO DI ISCRIZIONE AI PARTITI:

ANACRONISTICHE "PRECISAZIONI" DELLA DIFESA

Lo scenario era già abbastanza preoccupante ma ora i campanelli d'allarme cominciano ad essere veramente troppi.

L'esercizio dei diritti costituzionali da parte dei cittadini militari, mai completamente realizzatosi e sottoposto in questi ultimi tempi ad una "forte pressione" involutiva, registra oggi un nuovo fronte di intervento: quello dell'iscrizione ai partiti politici.

E' bene chiarire che non esiste,  allo stato, una disposizione di legge che dia espressa e diretta applicazione all'ipotesi di regolamentare il divieto di iscrizione ai partiti politici, previsto dall'art. 98 della Costituzione.

In assenza di una legge specifica, nessuna "interpretazione" regolamentare può limitare un diritto garantito dalla Costituzione.

Non è evidentemente di questa opinione il Comando Interregionale dei Carabinieri "Vittorio Veneto" che, in una lettera del 28 giugno 2010 inviata al COIR CC., segnala una nota del Gabinetto del Ministro della Difesa, riportando tra virgolette quella che viene definita una precisazione degli uffici del Ministro La Russa ovvero:

"1) L'iscrizione ai partiti politici, ancorché in sé non vietata, è da intendersi assorbita dal divieto di esercizio di attività politica", anche nella considerazione che verrebbe a determinare la lesione del principio di estraneità delle Forze Armate dalle competizioni politiche, sancito dal primo comma dell'art. 6 della legge 382/78;

2) La sola presenza di un certo numero di militari tra i tesserati di un partito potrebbe consentire di argomentare in ordine all'espressione di preferenza politica della compagine militare;

3) E' dunque, comportamento suscettibile di assumere rilievo sotto il profilo disciplinare, per violazione, fra tutte della fattispecie regolata dal n. 9 dell'allegato "C" al dpr n. 545/86...."

Per comprendere meglio la questione facciamo un passo indietro.

Bisogna partire dall'art. 114 della legge 1° aprile 1981 n. 121 relativo al "Nuovo ordinamento dell'Amministrazione della Pubblica Sicurezza, laddove si afferma che: "Fino a che non intervenga un disciplina più generale della materia di cui al terzo comma dell'articolo 98 della Costituzione, e comunque non oltre un anno dall'entrata in vigore della presente legge, gli appartenenti alle Forze di Polizia di cui all'articolo 16 della presente legge non possono iscriversi ai partiti politici".

La disposizione è stata poi reiterata con appositi decreti legge, convertiti di volta in volta, entro i termini, in leggi dal 1982 (L. 24 aprile 1982, n. 174), al 1990 (L. 20 giugno 1990, n.159).

Anche la legge del 1990 prorogava il termine previsto all'art. 114 fino al 31 dicembre 1990 ma, tenuto conto che nessun altro decreto legge né alcuna altra norma è intervenuta, il termine previsto dal legislatore del 1981 è scaduto e pertanto, dal 1° gennaio 1991, l'iscrizione a partiti politici per tutti gli appartenenti alle Forze Armate e alle Forze di Polizia, è libera.

Questo è lo stato dell'arte.

Alla luce di quanto appena ricordato, appare abbastanza anacronistica e fuori luogo la "precisazione" del Gabinetto del Ministro.

Anche perché, occorre ricordare che l'articolo 6 della legge 382, nel prescrivere i divieti imposti ai militari al fine di garantire che le Forze armate si mantengano al di fuori delle competizioni politiche, li riferisce esclusivamente al personale militare che si trovi nelle condizioni di cui all'articolo 5, comma 3, della medesima legge, ovvero al personale che sia impegnato nello svolgimento dell'attività di servizio; che si trovi in luoghi militari o comunque destinati al servizio; che indossi l'uniforme; che si qualifichi, in relazione ai compiti di servizio, come militare o che si rivolga ad altri militari in divisa o che si qualificano come tali.

Al di fuori di queste circostanze il militare può partecipare a riunioni e manifestazioni di partiti, associazioni sindacati e organizzazioni politiche, nonché svolgere propaganda a favore o contro partiti, associazioni, organizzazioni politiche o candidati ad elezioni politiche ed amministrative.

Fatta questa premessa "tecnica", resta la confusione ingannevole di chi continua a trincerarsi dietro l'improbabile lesione del principio di estraneità delle FF.AA. dalle competizioni politiche, per giustificare una compressione di diritti che produce i suoi effetti più evidenti nei confronti delle categorie meno tutelate della scala gerarchica.

Non è una novità infatti, che l'estraneità delle FF.AA. dalla politica, si scioglie come neve al sole quando si tratta di far passare finanziamenti o provvedimenti di legge particolarmente favorevoli a qualche lobby di vertice...

Riprendo il commento del Gen. Fabio Mini in un suo famoso articolo del giugno 2005 Eutanasia

di un Esercito di rompiballe: "Se chi ha vissuto questi ultimi anni guardando in alto si fosse rivolto almeno una volta al basso, si sarebbe accorto che i problemi dell'Esercito non sono solo di bilancio e di approvvigionamenti e che le soluzioni non potevano dipendere soltanto dal sorriso condiscendente del ministro di turno o dal patto con l'industria di turno. Si sarebbe accorto che navi e poltrone vanno di pari passo con aerei e poltrone, con carri armati e poltrone e, comunque, in carenza di mezzi le poltrone vanno d'accordo con se stesse...."

Altro che estraneità alla competizione politica...!! Poltrone e gratificazioni post pensione si sono congiunte spesso con gli interessi politici cooptati da un sistema di compromessi.

Ecco perché diventa sempre più difficile "digerire" le intimidazioni messe in campo per dissuadere il personale militare dall'esercitare i diritti costituzionali.

Personale che si vorrebbe sempre più consenziente e ghettizzato, mentre lo si "sfrutta" per tutto ciò che può dare...

Spiace constatare che in molti non hanno compreso, in questi anni, che il rafforzamento dei diritti era un obiettivo fondamentale da perseguire, forse più di una indennità... della specificità...o della proroga di un mandato rappresentativo...

Perché, molte delle situazioni di crisi e gli "attacchi" che oggi il personale subisce, sono da ricondurre proprio alla debolezza degli strumenti di controllo democratico, di rappresentanza e di partecipazione della base.

Troppi cominciano ad essere i segnali di una preoccupante fase di arretramento democratico in cui brilla la grande assente di sempre: la politica.

Poco o nulla servono gli incontri "riparatori" a ridosso di qualche manovra finanziaria per far credere che si hanno a cuore i problemi della categoria, se poi continua a mancare nelle forze politiche, di maggioranza come di opposizione, la capacità ed il coraggio di arginare spinte antidemocratiche e di impedire che i vertici militari si sentano autorizzati a "riscrivere" leggi, a suggerire "riforme" e a reinterpretare la Costituzione.

Per ora.... solo fumo negli occhi e ...propaganda...Politica s'intende...

A. Manotti


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